Una laparoscopia sbagliata, una denuncia all’ospedale e al medico, con annessa richiesta risarcimento danni malasanità per 700 mila euro.

La vittima in questione, 66 anni, si era rivolta al pronto soccorso dell’ospedale, con dolori addominali e febbre. Era il 19 luglio 2006, e la diagnosi fu quella di diverticolite acuta. Venne disposto il ricovero in chirurgia, che si prolungò per una settimana. Ma nonostante le dimissioni la paziente continuava a manifestare i sintomi, così da ripresentarsi in ospedale a distanza di nove giorni. Proprio da quel momento la famiglia della vittima si ritrovò a vivere una situazione inverosimile. Iniziò un calvario sanitario che in meno di cinque mesi portò la paziente alla morte, con conseguente, ed ovvia, disperazione del marito e del figlio.

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In occasione del secondo ricovero la paziente venne sottoposta ad intervento chirurgico, in quanto si era evidenziata la presenza di una peritonite. Ma il primario che l’aveva presa in cura non si rivelò all’altezza della situazione: terapie del tutto inadeguate, omissioni e ritardi ingiustificati andavano ad aggravare il quadro clinico della vittima in maniera irrimediabile.

Sono stati necessari 9 anni affinché il tribunale civile di Udine riconoscesse la responsabilità professionale del medico (il dottor Roberto Petri, all’epoca direttore della Chirurgia generale) e dell’Azienda ospedaliero-universitaria “Santa Maria della Misericordia”. Gli stessim infatti, hanno dovuto accogliere la richiesta risarcimento danni malasanità e pagare ai familiari della vittima una somma complessiva di circa 700 mila €, a titolo di risarcimento dei danni patrimoniali subiti.

Analisi dettagliata della vicenda

Era il 19 luglio 2005 quando la signora udinese, 66 anni, si recò in ospedale accusando febbre, dolori addominali, nausea e vomito. La donna venne ricoverata nel reparto di chirurgia con la diagnosi di diverticolite acuta, per poi essere dimessa dimessa il successivo 26 luglio, una settimana dopo. Eppure i sintomi continuavano a manifestarsi, cosicché la paziente ritornò  al “Santa Maria della Misericordia” 9 giorni dopo le dimissioni. Quattro giorni dopo il primario di chirurgia in persona operò la donna, per una peritonite fibrino purulenta saccata da malattia diverticolare del sigma complicata. Ma situazione, tuttavia, non si risolse neppure dopo l’intervento, al quale seguirono due consulenze infettivologiche e un secondo intervento, il 31 agosto.

 

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Errori diagnostici e 5 volte in sala operatoria

A quel punto il figlio e il marito, preoccupati e stanchi di assistere inermi al progressivo aggravarsi della donna, decisero di chiedere il parere di un luminare dell’ospedale di Padova, il professor Giampiero Giron. Il professore, il 6 settembre si spostò a Udine per confrontarsi con i colleghi friulani e con l’intento di trovare la corretta diagnosi alla paziente. Dieci giorni dopo la paziente venne trasferita nel reparto di Anestesia e rianimazione dell’ospedale di Padova, per finire ancora una volta in sala operatoria; stavolta sarebbe stata sottoposta a un intervento urgente di laparotomia e colostomia. Il consulente tecnico incaricato dal giudice dichiarò che era proprio questo il tipo di intervento che si sarebbe dovuto fare fin da subito a Udine.

A quell’intervento ne seguirono ancora due (rispettivamente il 6 ottobre e il 6 novembre) nella speranza di recuperare quanto di sbagliato era stato fatto e non fatto fino ad allora. Così il giudice accolse la domanda risarcitoria presentata dai legali della famiglia, dichiarando «conclamata la verificazione di un inadempimento da parte della struttura e dei sanitari» e attribuendo loro la responsabilità del decesso della vittima, avvenuto il 17 dicembre dello stesso anno.

Le motivazioni dell’accusa e della difesa

L’accusa si mosse per dimostrare che il medico e l’ospedale di Udine avevano provocato, a seguito di omissioni, ritardi diagnostici e perdite inutili di tempo, la necrosi alla quale la paziente andò incontro. Fu infatti proprio la necrosi  scoperta il 6 settembre, che avrebbe condotto la paziente al decesso.

Da un lato i legali della famiglia insistevano sull’«inadeguatezza e l’inefficacia dei trattamenti» e «l’irragionevolezza dell’atteggiamento attendista» del medico; dall’altro il difensore del primario e dell’ospedale sosteneva che non vi era alcun nesso causale tra le cure prestate e il decesso della paziente, affermando che la necrosi «non era rapportabile con quanto fatto a Udine».

Quantificazione del danno

Nel calcolare la cifra giusta del risarcimento danni alla famiglia, il giudice ha tenuto conto anche del danno catastrofale. Il giudice, cioè, ha incluso il danno psicofisico patito dalla donna durante la sua agonia, prolungatosi per circa 3 mesi.

Al marito della vittima è stato così riconosciuto un risarcimento danni di 300 mila euro; al figlio di 210 mila euro e quasi 20 mila euro agli eredi; per un totale di poco meno di 700 mila euro, comprese le spese legali.

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Richiesta risarcimento danni malasanità di 700mila euro per laparoscopia sbagliata